“Non esiste in realtà una cosa chiamata arte. Esistono solo gli artisti: uomini che un tempo con terra colorata tracciavano alla meglio le forme del bisonte sulla parete di una caverna e oggi comprano colori e disegnano gli affissi pubblicitari per le stazioni della metropolitana, e nel corso dei secoli fecero parecchie altre cose.

Ernst Gombrich

Gunter Rambow, Otello

A pensarci bene, quella frase di Gombrich è quasi liberatoria. Mi toglie di dosso l’ansia di dover essere un "genio" e mi riporta a terra, nel fango e nei colori di chi le cose le fa davvero.

Spesso, quando dico di fare il grafico, sento il peso di questa parola un po’ ambigua. C’è chi pensa che io passi il tempo a inseguire l’ispirazione davanti a un foglio bianco, e chi invece mi vede come un semplice esecutore di ordini. Ma la verità è che mi sento molto più vicino a quegli "uomini con la terra colorata" di cui parla Gombrich che non a certi artisti concettuali chiusi nelle gallerie.

In fondo, il mio lavoro è una negoziazione continua. Proprio come un pittore del Cinquecento doveva discutere con il cardinale che voleva il blu più acceso (perché il lapislazzuli costava caro e ostentava ricchezza) o che pretendeva che il proprio ritratto fosse più snello e autorevole, io oggi discuto con il cliente che vuole il logo più grande o un colore che "spacchi".

Cambiano i supporti, cambiano i committenti, ma la dinamica è identica: c’è un muro (reale o digitale), c’è un messaggio che deve arrivare e c’è un artigiano che deve trovare il modo di farlo funzionare.

Questa cosa della "soggezione" verso la parola artista la sento anch'io. Mi sembra un titolo che va guadagnato sul campo dei secoli. Però, se smettiamo di guardare all'arte come a qualcosa di sacro e intoccabile e iniziamo a vederla come un mestiere di servizio, allora la distanza si accorcia.

Il pittore rinascimentale non dipingeva per i musei — che manco esistevano — ma per una chiesa, per una piazza, per un libro. Produceva oggetti che servivano a comunicare potere, fede o bellezza. Noi oggi facciamo lo stesso: cerchiamo di mettere ordine nel caos visivo, di creare simboli che la gente possa riconoscere in un istante mentre sale le scale della metropolitana.

C’è una dignità enorme in questa "limitazione della committenza". Ti costringe a non parlarti addosso, a non essere autoreferenziale. Ti obbliga a usare il tuo bagaglio di studi e di tecnica per costruire un ponte verso gli altri.

Forse il grafico è proprio questo: un artista che ha accettato la sfida della realtà. Non siamo maestri del passato, certo, ma stiamo scrivendo lo stesso racconto, solo con strumenti diversi. Ed è bello pensare che, tra mille anni, qualcuno guarderà un nostro lavoro e dirà, come Gombrich: "Ecco, c'era un uomo che cercava di comunicare qualcosa, e lo ha fatto con gli strumenti del suo tempo"